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domenica 28 giugno 2026

Bud Spencer in musica

Nel ricordare la figura di Bud Spencer, di cui ricorrono dieci anni esatti dalla morte, in molti avranno iniziato a canticchiare le canzoni a cui viene ormai automatico associare i numerosi personaggi interpretati dall'attore napoletano nel corso della sua lunga e prosperosa carriera.
Erano per la maggior parte opera dei fratelli Guido e Maurizio De Angelis, meglio conosciuti come Oliver Onions, ma non solo.
Ve ne ripropongo qualcuna...

Dune Buggy

Dune Buggy” è l'indimenticabile tema del monumentale film "Altrimenti Ci Arrabbiamo", forse la summa assoluta della poetica del duo "cazzotti & fagioli" che risponde ai nomi di Bud Spencer e Terence Hill, entrato nell’immaginario collettivo nazional popolare tricolore, sin dal lontano 1974, anno della sua pubblicazione, grazie alla ritmica "molleggiata" ed un piglio scanzonato.
Poco importa se il testo voglia dire poco o nulla.
Un dettaglio da mettere in evidenza con disappunto è che questa è l’unica traccia della colonna sonora del rispettivo film mai pubblicata.
Un vero peccato perché penso che tutti i lettori ricorderanno del "Coro dei pompieri" e sembra davvero una crudeltà non poter godere di tale grazia di Dio su un supporto audio.


Banana Joe

Tratta dalla colonna sonora dell'omonimo lungometraggio, scritta dagli Oliver Onions e interpretata da Olimpio, ripropongo questa canzone in una bellissima versione cantata (e ballata) dallo stesso  Spencer.


Fantasy 

Parte dello score di Bomber è composta dalla base della sigla scritta originariamente dai fratelli De Angelis per l'anime "Galaxy Express 999" a cui è stato aggiunto un testo in inglese.


Trinity 

Il fischio di Alessandro Alessandroni, il testo di Lally Scott, la voce di Annibale e la musica di Franco Micalizzi, rendono il tema del western "Lo Chiamavano Trinità" indimenticabile!


Grau grau grau 

Come dimenticare la faccia scocciata di Bud Spencer quando, nel film  "Io sto con gli ippopotami", si rendeva conto che il motivetto suonato all'armonica da Terence Hill gli era rimasto inesorabilmente in testa?
Questo brano lo scrisse proprio lui, insieme a Walter Rizzati, e la cantò anche con il suo vocione profondo e inconfondibile.


 Movin' Cruisin

Questa traccia dalle sonorità reggae, che accompagna la pellicola "Chi trova un amico trova un tesoro", porta la firma di un'altra coppia di fratelli eccezionali: Carmelo e Michelangelo La Bionda, poi divenuti famosi per canzoni come "There for me", "One for you, one for me" e "I wanna be your lover", molto lontane dalle colonne sonore che accompagnano i cazzotti di Bud.



domenica 17 maggio 2020

La magia del doppiaggio italiano

La scena riproposta qui di seguito è tratta da "The Flying Deuces", lungometraggio del 1939, che vede come protagonisti Stan Laurel e Oliver Hardy, diretto da A. Edward Sutherland e uscito in Italia nel 1941 con il titolo "I diavoli volanti".
In questa pellicola i due si arruolano nella legione straniera affinchè Ollio possa dimenticarsi della donna amata.


La voce di Ollio è quella di Alberto Sordi e per far capire la bravura dell'attore romano, qui all'inizio della propria carriera, ecco la scena del film in lingua originale:


La versione doppiata in italiano contiene il celebre motivo "Guardo gli asini che volano nel ciel", brano che riprende la melodia composta da Gino Filippini per la canzone del 1942 intitolata "A zonzo", con testo originale di Riccardo Morbelli, uno dei primi successi di Ernesto Bonino.
Il nuovo testo è scritto e cantato da Alberto Sordi che all'epoca presta la voce a Oliver Hardy.


La canzone originale, interpretata da Ollio in persona, è invece "Shine On, Harvest Moon", popolare brano del 1908 della coppia Nora Bayes e Jack Norworth.


Grazie anche a questo intermezzo musicale, accompagnato dai balletti di Stanlio, il film è uno dei più famosi del duo comico.

lunedì 15 aprile 2019

Segreti di stato


Segreti di stato film del regista pisano Paolo Benvenuti.
In questo film, che s’inquadra nel suo ideale di cinema sobrio e rigoroso e di evidente filiazione rosselliniana, Benvenuti rilegge una pagina cupa della storia repubblicana, il processo a Salvatore Giuliano, alla luce delle suggestioni del sociologo Danilo Dolci, con l’ausilio degli atti della commissione antimafia e di documenti statunitensi.
L’ipotesi che l’eccidio sia stato perpetrato dai servizi segreti Usa e da elementi della mafia non è nuova, ma viene esposta con una chiarezza didattica notevole, lontana dalle ricostruzioni del teatro - inchiesta come dalle facili spettacolarizzazioni: tuttavia, la mancanza di una qualsivoglia elaborazione drammaturgica della materia fa di Segreti di stato un’opera narrativamente inerte, più utile che ispirata.
Viterbo, 1951: mentre si sta tenendo il processo per la strage di Portella della Ginestra, che vede sul banco degli imputati i membri della banda Giuliano, l’avvocato di Gaspare Pisciotta decide di seguire in segreto delle piste divergenti da quelle ufficiali.
Partendo da un semplice dettaglio, il differente calibro delle pallottole estratte dai corpi delle vittime e dei feriti, egli inizia un tragitto d’indagine che lo porta dapprima in Sicilia, sui luoghi del massacro, sino a una inquietante ricostruzione delle vicende d’Italia fatta dal Professore....
Segreti di stato, che riapre in qualche modo il processo ai responsabili della strage di Portella della Ginestra, è stato un'opera molto discussa.
Secondo il regista pisano, questo processo è stato l’inizio di una lunga strategia della tensione, attuata dai governi democristiani in collaborazione con i servizi segreti americani, col fine di indebolire il movimento comunista in Italia.
Una vicenda archiviata in maniera oscura, con l’omicidio del super-testimone Pisciotta e la collusione di politici italiani con uomini di mafia, della Chiesa e di Washington.
L’accusa è durissima: la storia repubblicana italiana del dopo-guerra, sarebbe nata da una menzogna e un occultamento di prove.
Segreti di stato è un lungometraggio chiaramente sui generis nel nostro panorama, in cui il centro dell’azione è l’indagine dell'avvocato Crisafulli, Antonio Catania, che tra carceri, archivi e ricognizioni sul luogo del delitto, ricostruirà la trama politica che portò all’eccidio, poi attribuito a Giuliano e i suoi compagni.
L’azione è lineare, chiara, al limite del didascalico e certe volte persino oltre, quando per esempio è riordinato l’organigramma dei responsabili della strategia della tensione anti-comunista.
Benvenuti ha fatto un film che doveva ricordare o addirittura spiegare agli italiani cosa fu Portella della Ginestra e lo ha fatto con chiarezza estrema, pur motivando le scelte storiche.
Esasperando la linearità della ricostruzione dei fatti, egli sceglie però di non venire a patti con il suo stile, organizzando un numero limitato di location su cui però lavora con precisione e cura da pittore.
L’impianto resta vagamente teatrale, come in Gostanza da Libbiano dove addirittura la macchina da presa non metteva piede fuori dalla chiesa in cui si svolgeva il processo, ma ciò che l’opera soffre in staticità guadagna ampiamente in cura dell’immagine, retaggio evidentemente del background pittorico del regista.
La debolezza del film sta, nel ricorso eccessivo a una documentazione minuziosa, che giustifica in parte la gravità delle tesi sostenute, ma ingabbia la pellicola in uno schema di dimostrazione storica che gli 86 minuti non bastano certo a sviscerare.
Più che la verosimiglianza dei fatti, la mole di dimostrazioni finisce per penalizzare proprio l'efficacia dell'intreccio, e ciò nonostante l'originale ricorso a dei fumetti-storyboard che ricostruiscono gli episodi chiave che portarono alla strage.
Segreti di stato, potrebbe definirsi un grande giallo storico, un film corale come mai nessun lavoro di Benvenuti è stato fino ad ora, un film che, per la prima volta nel cinema di quest’autore, narra una vicenda molto vicina ai giorni nostri e la narra non più a un pubblico particolare, ma a tutti gli italiani, sempre restando fermo il presupposto ideale di potersi rivolgere solo ad un pubblico intelligente e curioso.
Eppure dopo un’ ora e mezza scarsa di buon cinema, questa vicenda del nostro passato, raccontata così semplicemente, è apparsa forse un po’ troppo semplice.
La sensazione, è quella di avere visto un film rigorosamente ricostruito, nobile negli intenti sì, e curato anche nelle immagini, ma un po’ debole nella sceneggiatura, quasi didattico, un po’ troppo basso nei toni.
Rispetto ai film precedenti di Benvenuti, manca quella rabbia costruttiva che rendeva appassionante anche una vicenda raccontata in toscano cinquecentesco; manca la forza di un’indignazione che si è misteriosamente spenta per motivi che non credo siano legati all’età o a una improvvisa maturità intellettuale.
Forse si tratta solo di trovare un nuovo equilibrio, una potenzialità espressiva nuova perchè pensata da due volontà diverse e ugualmente forti, uno stile narrativo altro che deve essere necessariamente cercato se Paola Baroni, in Segreti di Stato co-sceneggiatrice e aiuto regista, continuerà a lavorare a fianco del marito.
Segreti di stato è stato letteralmente preso d’assalto dal pubblico della Mostra di Venezia, costringendo gli organizzatori a programmare proiezioni supplementari per chi era rimasto fuori.
A proposito del film Benvenuti ha affermato che si è limitato a porre delle domande e segnalare delle coincidenze, ma il polverone che ha scatenato dimostra che Segreti di stato non è un film che possa passare inosservato.
I nomi sono fatti con audacia quasi eccessiva, e arrivano fino ad Andreotti e Papa Pacelli.
Troppo clamore mediatico e un’ambizione di verità che mira così in alto finiranno certamente per penalizzare il film.

sabato 22 dicembre 2018

I più bei film noir [7]

Come si vedrà nelle righe sottostanti, per il film "Milano calibro 9" di Fernando Di Leo, la troupe ha preso spunto  da racconti dell'omonima raccolta di Giorgio Scerbanenco come ad esempio "Stazione centrale ammazzare subito".

Milano calibro 9





"Milano Calibro 9", film girato nel 1971 e uscito l’anno successivo, è il primo capitolo della celebre Trilogia del Milieu, continuata da "La mala ordina" e conclusa da "Il boss", nel corso della quale Fernando di Leo esplora i vari aspetti del mondo della criminalità organizzata.
Il titolo del film è tratto da quello di un racconto di Giorgio Scerbanenco e sempre dallo scrittore russo derivano alcuni spunti di sceneggiatura, per esempio il pacco bomba alla stazione, derivato dal racconto "Stazione centrale ammazzare subito".
Al di là degli spunti però, si può dire che Di Leo abbia costruito il proprio film in assoluta autonomia utilizzando la categoria del noir per un personale discorso sociologico e antropologico, oltre che filosofico, sull’universo delinquenziale.
La riuscita perfetta di "Milano calibro 9" passa anche attraverso l’uso accorto degli attori, in particolare Gastone Moschin, che per la prima volta nella sua carriera si cimenta in un ruolo drammatico, Barbara Bouchet, nella cui bellezza il regista trovò riflessi di ferocia adatti al personaggio, Mario Adorf, artefice di una caratterizzazione memorabile nella parte del violento e sardonico Rocco Musco e Lionel Stander che inaugura la tradizione dei grandi interpreti hollywoodiani adottati da Di Leo nei propri noir.
Ma vera protagonista del film è la città, Milano, che si affranca da una pura funzione di sfondo alla vicenda narrata diventando un centro nevralgico di lotte intestine tra la malavita e un ganglio di interessi economici sporchi.
"Milano calibro 9", come si è precedentemente detto, girato sul finire del 1971, è il primo capitolo ideale di una trilogia che si andrà completando nei due anni successivi con "La mala ordina" e "Il boss", nell’arco della quale Di Leo traccerà le coordinate di un nuovo universo del crimine quale si era andato affermando in Italia e soprattutto nelle grandi metropoli del nord in quegli anni.
Una visione diretta, secca, priva di orpelli ma straordinariamente acuta e con esiti lirici nella sua capacità di afferrare l’essenza antropologica degli individui, distinguendone i tipi e sottolineandone le psicologie, con un occhio sempre fisso alla società che produce i “delinquenti”.
I noir dileiaini diventano così una chiave interpretativa del reale, delle sue contraddizioni, e dell’irriducibilità dialettica tra apparenza e destino.
"Milano calibro 9", originariamente pensato con il titolo "Da lunedì a lunedì", uscì nei cinema in una forma lievemente diversa da quella in cui è poi circolato nei supporti home-video, con la sovraimpressione di giorni e ore a scandire le varie fasi della storia e a dare il senso del procedere inesorabile del tempo.
Grande pregnanza al tutto offre infine la colonna sonora, composta da Luis Bacalov ed eseguita dal gruppo degli Osanna, che commenta magnificamente l’alternarsi di crudeltà e lirismo alla base di quello che giustamente si considera il capolavoro di Fernando di Leo.

martedì 18 dicembre 2018

I più bei film noir [6]

L'opera di cui si parla in questo post, è un bellissimo e seducente gangster movie, forse la migliore interpretazione di sempre di Kevin Costner... 

 Gli Intoccabili


"Gli Intoccabili", film diretto da Brian De Palma e uscito nelle sale cinematografiche di tutto il mondo nel 1987, narra la storia di un gruppo di rappresentanti delle forze dell’ordine composto da un agente governativo di nome Eliot Ness, interpretato da Kevin Costner, dai poliziotti Jimmy Malone e George Stone, Sean Connery e Andy Garcia, e da un ragioniere, Oscar Wallace, a cui dà il volto Charles Martin Smith, che nella Chicago del proibizionismo riesce a porre fine ai traffici illegali di Al Capone, boss italoamericano dal sorriso beffardo impersonato in modo magistrale da un Robert De Niro decisamente ingrassato, e ad assicurare quest’ultimo alla giustizia.
Scritta dal grande drammaturgo David Mamet questa pellicola ha vinto numerosi premi come: l’Oscar per il miglior attore non protagonista andato a Sean Connery, un Golden Globe sempre a Sean Connery, un Grammy Award per la migliore colonna sonora e un Nastro d’Argento per la migliore musica.
Questo lungometraggio riprende il titolo e i personaggi di una nota serie televisiva e ne fa un dramma poliziesco iperrealista e di infallibile presa.
Oltre alle interpretazioni magistrali di Connery e De Niro va sottolineata anche l’eccelsa prova di Kevin Kostner che in quest'opera sfoggia la sua miglior recitazione di sempre.
Elliot Ness è un personaggio di certo valorizzato dall’ottimo cast che ha attorno ma nonostante questo è un protagonista costruito realmente bene.
Film dalla regia sopraffina "Gli intoccabili" annovera al suo interno scene memorabili come: la sequenza parodistica della carrozzina, ispirata dalla "Corrazzata Potëmkin" di Ejzenstejn, che si svolge nella stazione ferroviaria di Chicago e quelle che vedono De Niro/Al Capone prima piangere all’Opera sulle note di "I pagliacci" di Leoncavallo e poi giustiziare con una mazza da baseball un pretoriano che lo ha deluso.
Forte di una gran bella confezione scenografica e di una delle migliori colonne sonore mai composte da Ennio Morricone "Gli Intoccabili" si distingue per quella pregnante atmosfera da gangster-movie vecchia maniera in esso riproposta, atmosfera che in se stessa si rivela indiscutibilmente seducente.
Notevole fascino ma non altrettanto notevole spessore per la trama, con l’aggravante aggiuntiva di aver trascurato un immenso Robert De Niro, che con più tempo scenico a disposizione sarebbe stato sicuramente in grado di conferire ben altra linfa a un opera molto seducente ma spesso incensata con troppa generosità.

sabato 8 dicembre 2018

I più bei film noir [5]

In questo post si parla un'opera degli anni '30 che è considerata uno dei primi lungometraggi noir e  rappresentante di un genere che negli anni successivi e sopratutto ai giorni nostri ha preso molto piede: i film sui serial-killer.

M il mostro di Dusseldorf


Nel 1931 Fritz Lang gira un lungometraggio che è unanimamente considerato uno dei capolavori del cinema espressionista tedesco, "M il mostro di Dusseldorf".
Nonostante sia la pellicola con cui Lang inizia a esplorare le possibilità artistiche del cinema sonoro, nel film si avverte ancora un forte richiamo alle tecniche espressive del cinema muto.
Queste però sono fuse, con stupefacente modernità e sapiente maestria dal regista austriaco, con effeti di suono e parlato che si prestano moltissimo a commentare e ad accompagnare la vicenda.
Ispirato a un fatto realmente accaduto, "M il mostro di Dusseldorf", può essere considerato un precursore di quello che è divenuto con il passare degli anni un vero e proprio genere di culto, il film sui serial-killer.
Questa brevemente la trama: uno psicopatico che uccide bambini terrorizza la città tedesca di Dusseldorf.
La polizia brancola nel buio e allo stesso tempo investigando, crea problemi alla criminalità organizzata che decide, pur di togliersi le forze dell’ordine dai piedi, di dare la caccia all’assassino.
M, abbreviazione del termine tedesco Mörder, cioè assassino, rappresenta il film che per primo tocca il tema scottante dell’omicida che si può trovare in ognuno di noi.
Con questa pellicola, sceneggiato con la moglie Thea von Harbou, Lang affronta, oltre al tema del serial killer, una tematica che gli è cara, ovvero l’opposizione tra giustizia ufficiale e giustizia privata.
Dal punto di vista della regia, in cui Lang mostra come si possa utilizzare in modo magistrale la macchina da presa nei piani sequenza e in soggettiva, "M il mostro di Dusseldorf" è un capolavoro dove tutto concorre con un’intensa progressione drammatica, verso un vibrante, quasi insostenibile finale.
Franz Becker, questo il nome del mostro, interpretato dall’allora ventisettenne Peter Lorre, pseudonimo dell’attore ungherese László Löwenstein, è inquietante nel suo vagare per le strade alla perenne ricerca di nuove vittime da adescare ed è sempre preceduto da una nenia macabra da egli stesso fischiata.
La sperimentazione col sonoro che allora, parliamo degli anni ‘30, era una novità è in questo film già arditissima.

sabato 1 dicembre 2018

I più bei film noir [4]

Nel novero dei migliori film noir, rientra sicuramente un' opera del 1988 diretta da Robert Zemeckis e prodotta dalla Disney e dalla Amblin Entertainment di Steven Spilberg che combina due delle mie più grandi passioni: l’animazione e il giallo stile anni ‘40.

Chi ha incastrato Roger Rabbit?


"Chi ha incastrato Roger Rabbit?" è uno splendido lungometraggio del 1988 che annovera una commistione tra due generi all’apparenza inconciliabili quali l’animazione e il giallo stile anni ‘40.
Diretto da Robert Zemeckis, coprodotto dalla Touchstone, di proprietà della Walt Disney e dalla Amblin di Steven Spielberg e record d’incassi della stagione è uno dei film che, all’epoca della sua uscita, ha rivoluzionato la tecnica cinematografica grazie alla perfetta sincronizzazione tra persone in carne ed ossa e cartoni animati e che ha ridato lustro a un genere, l’animazione, che allora sembrava dimenticato.
C’è da ricordare anche che questa pellicola ha vinto quattro meritatissimi Oscar: miglior montaggio, migliori effetti speciali, migliori effetti visivi e migliori effetti sonori.
L'opera, che si svolge nella Hollywood del 1948 dove esseri umani e cartoni animati convivono, ha per protagonista il coniglio Roger Rabbit, che sembra essere, per gelosia verso la moglie Jessica Rabbit, il responsabile dell’omicidio del padrone di Cartoonia Marvin Acme.
Roger, per scagionarsi, chiede aiuto al detective privato alcolizzato Eddie Valiant, interpretato magistralmente da Bob Hoskins, che scoprirà che il vero autore del delitto non è il coniglio bensì il giudice Doom, Christopher Lloyd, che vuole far sparire Cartoonia dalla faccia di Hollywood.
Il film, oltre che per l’elevato tasso tecnico, stupisce per il ritmo da cartoon imposto alla vicenda da regista e attori.
La pellicola, piena di trovate e di vitalità, è cosparsa di battute salaci e di una punta di irriverenza, di sensualità e seduzione.
"Chi ha Incastrato Roger Rabbit?" è anche una finestra aperta che fa un po’ di satira sul mondo del cinema e sui retroscena delle produzioni hollywoodiane.
È adattissimo ai bambini perché valorizza il mondo dei cartoon e lo rende allo stesso tempo meno distante, più vero e reale ponendo quasi un suggello alla sua esistenza, grazie ai numerosi collegamenti tra questo mondo e quello reale dei grandi Studios di Los Angeles.
Però proprio a causa del mix tra temi reali e fantastici è accessibile non solo ai più piccoli, ma davvero a tutti.
Memorabile è l’inizio del film, con Roger Rabbit e Baby Herman, personaggio modellato sul Baby Butch inventato da Frank Tashlin per il cartoon Brother Brat del 1944, nello stile dei cortometraggi Warner degli anni Cinquanta, assolutamente perfetto per ritmo, gag e genialità di raccordo con il mondo reale.
Così come indimenticabili sono anche le esuberanti curve di Jessica Rabbit che, cantando con la voce roca e sexy di Kathleen Turner, è diventata una delle icone dell’ultimo decennio del ‘900.
Da menzionare sono infine le partecipazioni straordinarie di moltissime celebrità dei cartoon, le più note delle quali sono: Betty Boop, Paperino, Duffy Duck, Topolino e Bugs Bunny.
Film assolutamente imperdibile, "Chi ha incastrato Roger Rabbit?" è un capolavoro del genere che, dalla sua prima proiezione, non ha perso nulla del suo fascino.

venerdì 30 novembre 2018

I più bei film noir [3]

Genesi e storia dell’opera a fumetti e dell’ottimo film che ha ispirato…

Sin City, dalla carta alla pellicola


Abbandonati gli eroi in calzamaglia Frank Miller, agli inizi degli anni novanta e più precisamente nel 1991, realizza la sua opera stilisticamente più matura e innovativa, "Sin City".
La miniserie è originariamente pubblicata, divisa in 13 parti, su "Dark Horse Present", la rivista contenitore edita dalla casa editrice Dark Horse che all’epoca era la terza potenza del mercato dei comics dopo Marvel e Dc.
La peculiarità di questo lavoro come tutte quelli che lo seguiranno, è il fatto di essere disegnata in un bianco e nero senza grigi e mezzi toni come se l’autore volesse suggerirci, anche graficamente, che nel contesto in cui è ambientata la vicenda, Sin City che in inglese significa città del peccato, abbreviazione di Basin City, non ci può essere nessuna sfumatura.
Il protagonista della vicenda della prima miniserie è Marv un tipo poco raccomandabile che è appena uscito di galera.
In un locale notturno incontra una bellissima donna, Goldie, una prostituta d’alto bordo.
I due passano la notte a fare l’amore ma il mattino seguente Marv la ritrova morta proprio accanto a lui.
Marv decide così di scoprire il colpevole di questo delitto e la sua caccia all’uomo lo porterà a scandagliare in lungo e in largo la città del peccato.
Il successo di questo graphic novel è immediato e per certi versi inaspettato, tanto che viene subito ristampato in volume.
Miller infatti ha sempre realizzato opere supereroistiche anche se di livello sopraffino, basti pensare al suo insuperato ciclo di Devil o al suo capolavoro "Il ritorno del cavaliere oscuro", e il tipo di pubblico a cui si rivolge Sin City non è certo quello dei teen agers.
Qualche anno dopo Miller pubblica un altra miniserie dal titolo: "A dame to kill for" sempre ambientata nella città del peccato, per poi continuare, con cadenza praticamente annuale, a proporre nuovi cicli di storie.
La cosa più interessante dell’opera è sicuramente la rivoluzione grafica operata dall’autore.
Abbandonati i colori, affidati alla sua compagna Lynn Varley, Miller con il solo uso del pennello e del bianco e nero, realizza su carta quello che i registi del Noir hollywoodiano degli anni 30 e 40 hanno realizzato su pellicola, giocando con le luci e con le ombre.
Seguendo la lezione dell’argentino Munoz, del giapponese Otomo e del cinema espressionista tedesco, l’autore americano offre una magistrale prova di virtuosismo tecnico, creando tavole a prima vista perfino indecifrabili, almeno per chi è abituato alle rassicuranti pagine del fumetto mainstream.
Molti sono stati i tentativi di seguire la strada che "Sin City" ha aperto, dal sopravvalutato "Armored and Dangerous" di Bob Hall, vera e propria brutta copia della saga milleriana, a "Stray Bullets" di David Lapham, l’unico vero epigone delle miniserie del creatore di Elektra.
Nessuno però ha saputo riproporre quanto Miller aveva fatto, neanche lui stesso.
Miniserie dopo miniserie infatti si è ripetuto facendosi praticamente il verso da solo e scandendo spesso nei soliti cliché del genere.
"Sin City" è stata pubblicata in Italia per la prima volta a puntate sui primi sette numeri di una delle migliori testate edite dalla Star comics, la sfortunata "Hyperion", rivista chiusa dopo soli nove numeri.
Il corpo di "Sin City", che è stato stamapto in Italia da numerose case editrici tra cui: Star Comics, Play Press, Lexy e Magic Press, ha ispirato anche un pregevole lungometraggio uscito in America nell’aprile del 2005.
La pellicola, diretta e sceneggiata da Robert Rodriguez e dallo stesso Frank Miller, è basata sulla miniserie originale "Sin City" e sulle due storie successive "Sesso e sangue a Sin City" e "Quel bastardo Giallo".
A cavallo tra noir, hard boiled e gangster movie, il film riproduce fedelmente l’atmosfera, i dialoghi e le storie dei personaggi del fumetto di Miller, le cui esistenze disperate si intrecciano nella immaginaria metropoli infernale dove è estremamente facile morire ammazzati per strada e la polizia è più corrotta dei criminali, dove dominano sesso, violenza, amore, morte, sete di vendetta e desiderio di redenzione.
Storie come quelle di Marv, pronto a tutto pur di vendicare la morte di Goldie, l’unica donna che nella sua vita è riuscita a fargli provare un po’ d’amore e che è stata uccisa mentre dormiva accanto a lui, di John Hartigan, un poliziotto in procinto di andare in pensione accusato di un crimine che non ha commesso e che ha promesso di proteggere la giovane Nancy dalle grinfie di un criminale pedofilo, di Dwight, un ex-fotografo e killer alle prese con Jackie Boy, un poliziotto violento che minaccia Shellei, la cameriera di cui è innamorato, della bella prostituta Gail e di tutte le altre ragazze della Città Vecchia.
Anche il cast, di tutto rispetto, è composto da attori che in america vanno per la maggiore.
Il redivivo Mickey Rourke presta il suo volto tumefatto e dolente a Marv, il killer dal cuore d’oro.
Bruce Willis è John Hartigan, sbirro, a poche ore dalla pensione, con il pallino per le cause perse.
Elijah Wood, il Frodo Baggins della trilogia di "Il Signore degli Anelli" è Kevin, un serial killer antropofago da fare invidia al leggendario Hannibal Lecter, e Jessica Alba, la Dark Angel della serie Tv, indossa i panni succinti e ha le curve mozzafiato di Nancy Callahan, una delle tante donne perdute della città del peccato.
Ma non finisce qui: in cartellone ci sono anche Christopher Walken, Carla Gugino, Josh Hartnett e Michael Clarke Duncan.
Quello di portare al cinema "Sin City" è sempre stato un sogno di Rodriguez che ha realizzato la pellicola nella maniera più completa che si potesse pensare grazie alle tecnologie digitali.
Ha girato infatti tutto il film con attori in carne e ossa su un set fatto interamente di green screen e poi ha ricreato la città e i suoi luoghi grazie al computer.
Il regista texano ha convinto Miller, piuttosto avverso al mondo di Hollywood, a cedere i diritti del suo fumetto, realizzando a proprie spese nel più assoluto riserbo una breve preview di sei minuti interpretata da Josh Harnett e Marley Shelton che trova spazio nei titoli di testa.
Il trailer, girato all’inizio del 2004 e consegnato nelle mani del cartoonist con la promessa di interrompere immediatamente il progetto se il risultato non fosse stato di suo gradimento, ha sortito invece l’effetto sperato permettendo a Rodriguez di dare il via alla lavorazione del film.
Lo stesso regista ha insistito perché Frank Miller cofirmasse la regia del film, dando addirittura le dimissione dal Directors’ Guild of America, il sindacato dei registi americani, che si opponeva a questa iniziativa.
Non risulta invece accreditato Quentin Tarantino, che ha ricambiato il favore che l’amico fraterno Robert Rodriguez gli ha fatto per "Kill Bill: Volume 2", dirigendo, per il simbolico compenso di un dollaro, alcune scene dell’episodio che vede protagonista Clive Owen ispirato alla miniserie "Sesso e sangue a Sin City".
La sua presenza come special guest director risulta poi particolarmente significativa considerata l’avversione di Tarantino per l’uso eccessivo del digitale.
"Sin City" è un film affascinante, avvincente e convincente per la sua forma e per il suo contenuto; ma è anche una delle migliori opere che dimostrano e svelavano le nuove ed enormi potenzialità offerte dall’ibridazione cinema-fumetto e alle loro reciproche influenze.
Un’opera che nel suo forte ma mai eccessivo utilizzo delle tecnologie digitali è un ottimo esempio, quasi sperimentale, delle prospettive e delle possibilità del cinema del futuro.
Sin City pertanto è un film caldamente consigliato sia agli amanti del cinema noir che a quelli del cinema tratto da fumetti.

mercoledì 28 novembre 2018

I più bei film noir [2]

Continuiamo la nostra disamina con una pellicola, incentrata oltre che sulle indagini anche sul rapporto che si instaura tra i due protagonisti, che all'uscita al cinema non mi aveva entusiasmato più di tanto.
Solo ad ulteriori visioni mi si è rivelato per il grande film che è.
Un consiglio che mi sento quindi di dare a chiunque voglia immergersi nella visione di quest'opera d'arte è quindi di indugiare un po' non fermandosi alla prima impressione.

Il silenzio degli innocenti



Tratto dal romanzo dello scrittore statunitense Thomas Harris, pubblicato nel 1988, "Il silenzio degli innocenti" è un film molto coinvolgente dal punto di vista della trama e di grande impatto visivo.
La pellicola, girata nel 1991, ha vinto l’Orso d’oro per la regia al Festival di Berlino.
È stato inoltre il primo thriller a vincere quelli che da sempre sono considerati i cinque oscar maggiori: film, regia, sceneggiatura, attore e attrice protagonista.
Questa in breve la trama: l’Fbi non riesce a catturare uno psicopatico, soprannominato Buffalo Bill, che uccide giovani donne e poi le scuoia.
Viene incaricata dell’indagine la giovane Clarice Starling, a cui presta il volto Jodie Foster, recluta fresca d’accademia e ragazza coraggiosa, geniale e tormentata dalla morte del padre poliziotto.
Per risolvere il caso, Clarice chiede aiuto allo psichiatra Hannibal Lecter, interpretato da Anthony Hopkins, un pazzo assassino e psicologo di notevole cultura detenuto, per aver mangiato i suoi pazienti, in una cella di massima sicurezza di un manicomio criminale.
Fra i due personaggi si stabilisce una gara di intelligenza, forza nervosa e oscuri segnali da interpretare.
Clarice, grazie a uno spunto di Lecter, trova la chiave giusta: una certa farfalla, trovata nella gola delle vittime, rappresenterebbe un desiderio transessuale del carnefice.
Grazie a quest’indizio, Buffalo Bill viene trovato proprio mentre sta per uccidere l’ennesima vittima.
Nel frattempo Lecter evade facendo una strage.
Una mattina Clarice riceve la telefonata di Hannibal; l’assassino si complimenta con lei e le annuncia nuove imprese e vendette da cannibale.
Capolavoro di Jonathan Demme, allievo del grande Roger Corman, "Il silenzio degli innocenti" è una delle pietre miliari dei film sui serial killer.
La tensione nel corso della pellicola non cade mai di tono e l’architettura della narrazione, di cui Demme tira le fila con grande capacità registica, lascia lo spettatore sulle spine per tutta la durata della vicenda.
Certe scene poi, come quella dell’uccisione di Buffalo Bill, della maschera da tortura medievale di Hannibal e della gara dialettica fra i due protagonisti sono indimenticabili.
Al di là della storia, inquietante per numerosi particolari feroci e animaleschi, un altro aspetto del film che colpisce è il rapporto fra Jodie Foster e Anthony Hopkins che procede e si sviluppa parallelamente all'indagine.
Lo psichiatra da consulente dietro le sbarre diventa il vero padrone del rapporto, spingendo il personaggio della Foster a confidarsi e a indagare nella sua stessa mente.
Una vera sfida tra due grandi attori, condotta a colpi di sguardi, espressioni ambigue, paure che sanno comunicare addirittura più delle parole, tanto che lo spettatore può in certi momenti sentirsi addirittura lui stesso preda di questo cannibale così abile a giocare con la mente umana.

I più bei film noir [1]

In questo nuovo corso di post affrontarò brevemente l'analisi di alcuni lungometraggi di genere thriller e noir.
Non i film che critica e studiosi ritengono i migliori ma quelli che, nel corso di lunghe serate sul divano davanti al televisore, mi hanno fatto provare sensazioni forti come pianto e riso, riflettere sulla condizione umana, su alcuni episodi della storia sia recente che passata o semplicemente passare in modo piacevole alcune ore.
Comincerò parlando di un lungometraggio del 1970 diretto da Elio Petri ed interpretato da Gian Maria Volontè e Florinda Bolkan.
Vincitorice di numerosi premi come: il Grand Prix Speciale della Giuria al 23° Festival di Cannes e il Premio Oscar nel 1970, quest'opera spicca per la superba interpretazione di Volontè, l'indimenticabile colonna sonora di Ennio Morricone, la scenografia e la fotografia.

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto


"Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto" è probabilmente il film più politico del cinema italiano e certamente il più significativo sotto l’aspetto storico e sociale.
Diretto da Elio Petri nel 1970, sceneggiato dallo stesso Petri con Ugo Pirro, accompagnato dalle musiche di Ennio Morricone e uscito nelle sale in quello stesso anno, ha avuto un’accoglienza a dir poco traumatica.
A causa della sua forte componente critica sui metodi adottati in quegli anni dalle forze dell’ordine infatti, la polizia denunciò immediatamente il film al sostituto procuratore della repubblica di Milano Caizzi, il quale però non ritenne opportuno procedere.
Da quel momento l’eco del messaggio politico spinse il film verso il successo.
A Roma, per esempio, furono anticipate le prime proiezioni pomeridiane e prolungate quelle serali.
A conferma della grande presa che il film ha avuto su pubblico e critica poi, bisogna ricordare che "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto" ha ottenuto numerosi riconoscimenti sia a livello nazionale che internazionale.
Nel 1970 infatti ha vinto l’Oscar per il miglior film straniero, il Gran Premio della Giuria a Cannes e a Gian Maria Volonté è andato il David di Donatello come migliore attore.
Nel 1971 invece, Elio Petri, Gian Maria Volonté e Ugo Pirro, rispettivamente regista protagonista e sceneggiatore del film, hanno vinto un Nastro d’argento.
Personaggio principale del film è il capo della squadra omicidi di Roma interpretato dallo straordinario Gian Maria Volonté, che, nel giorno della sua promozione, uccide l’amante, interpretata dall’appassionata, stravagante e sensuale Florinda Bolkan, nel corso di un gioco erotico.
Certo di essere al di sopra di ogni sospetto in virtù della posizione di potere che occupa, Volontè, semina volutamente tracce e indizi a proprio carico.
Come previsto, le indagini intraprese dai colleghi della omicidi non lo toccano, ignorando le sue evidenti provocazioni.
Soltanto Antonio Pace, uno studente fermato per un attentato dinamitardo alla questura, personalmente “interrogato” dall’ispettore, in privato, ha il coraggio di dirgli che lo riconosce come assassino della donna, ma non lo denuncia e viene rilasciato.
In preda a un delirio autopunitivo, l’ispettore consegna ai colleghi della omicidi una lettera di confessione.
Quindi rientra a casa e nella sua fantasia malata immagina le diverse conclusioni della vicenda.
Questo film ha un valore di testimonianza immenso, chiunque può, rivedendolo oggi, farsi un’idea di quello che era il clima di quegli anni, con il Sessantotto ancora caldo e gli anni delle nuove battaglie studentesche e soprattutto quelli del terrorismo ancora da venire.
Immenso Gian Maria Volonté che, nei panni del capo della squadra omicidi, ci ha lasciato una mostruosa interpretazione, sicuramente tra le più sentite, sincere e studiate dell’intera storia del cinema italiano.
È grazie anche ai suoi movimenti, alla sua voce, al modo in cui si rapporta con i suoi sottoposti, ai suoi gesti che il film acquista credibilità e suggerisce il suo messaggio politico senza alcuna ambiguità e con la dovuta convinzione.

venerdì 14 settembre 2018

La profezia dell'armadillo

Regia: Emanuele Scaringi
Soggetto e sceneggiatura: Michele “Zerocalcare” Rech, Oscar Glioti, Valerio Mastandrea, Johnny Palomba
Fotografia: Gherardo Gossi
Musica: Giorgio Giampà, Nic Cester
Anno d’uscita: 2018
Durata: 99'
Prodotto da: Fandango e Rai Cinema
Cast: Simone Liberati, Valerio Aprea, Pietro Castellitto, Laura Morante, Claudia Pandolfi, Kasia Smutniak, Diana Del Bufalo, Samuele Biscossi, Vincent Candela

Tratto dall'omonimo libro a fumetti di Michele Rech, in arte Zerocalcare, prodotto da Fandango e Rai Cinema e presentato in anteprima nella sezione “Orizzonti” al Festival di Venezia, “La profezia dell'armadillo” è un film diretto dal regista esordiente Emanuele Scaringi.
Questa pellicola, una commedia di cui in origine si doveva occupare Valerio Mastandrea, autore con Zerocalcare della sceneggiatura, oltre che da frasi e personaggi che divertono lo spettatore, è pervasa da un velo di malinconia e affronta, in modo profondo, temi importanti e difficili come la morte e l'amicizia.
Eroe principale del lungometraggio è Zero, un disegnatore che vive nel quartiere romano di Rebibbia, a cui presta il volto Simone Liberati.
Invadente coscienza critica di Zero è un armadillo, interpretato da Valerio Aprea che indossa un costume a dir poco grottesco, con cui il giovane artista si avventura in conversazioni surreali.
La vita del protagonista scorre tra giornate in periferia, scorribande con l'amico d'infanzia Secco, Pietro Castellitto, tra la Tiburtina Valley e il centro di Roma e le visite della madre, una straordinaria Laura Morante.
Finché un giorno la notizia della morte di Camille, una compagna di scuola e suo primo amore, lo costringe a prendere in pugno la sua vita, fatta di dubbi e incertezze.
Il tema centrale dell'opera diventa l'elaborazione di un lutto.
Non si piange però solo per la perdita di una persona cara, ma anche per la presa di coscienza del venir meno di ideali, come è evidente nei due brevi inserti animati con cui comincia e finisce il film, rimasti sull’asfalto delle strade di Genova e nei corridoi della Caserma Diaz.
La parte politica però è solo accennata e “La profezia dell'armadillo” si concentra su tematiche esistenziali più concrete come il constatare che con l'entrata nell'età adulta si perde l'innocenza e la purezza della giovinezza e le responsabilità e i doveri prevalgono sulla spensieratezza.
Se proprio vogliamo trovare un pelo nell'uovo, che però non sminuisce la bellezza di un prodotto fresco e particolare, possiamo dire che il film rispetto all'opera originale convince meno nel racconto del lutto di Zero pur rispettando le atmosfere e lo spirito e rendendo giustizia ai paradossi e alle divertenti situazioni presenti nel fumetto.
E in questo, molto merito hanno: un cast formato da attori credibili e spontanei e cammei di personalità come Adriano Panatta, che si lancia in un monologo da oscar, Kasia Smutniak e Vincent Candela.
Alla luce di quanto scritto si può quindi affermare, senza paura di smentite, che “La profezia dell'armadillo” è un lavoro singolare e consigliarne la visione non solo agli appassionati di cinema e fumetto ma anche a chi voglia capire i giovani, ritenuti a torto senza valori, senza ideali e senza sogni, buttati via davanti alla televisione e a internet.

sabato 4 agosto 2018

I due superpiedi quasi piatti

Regia: E.B. Clucher
Soggetto e sceneggiatura: E.B. Clucher
Fotografia: Claudio Cirillo
Scenografia: Enzo Bulgarelli
Musica: Guido e Maurizio De Angelis
Anno d’uscita: 1977
Durata: 112'
Prodotto da: Josi W. Konski per la Tritone Cinematografica
Cast: Terence Hill, Bud Spencer, Laura Gemser, David Huddleston, Luciano Catenacci

Terzo lungometraggio della coppia più effervescente, scatenata e amata della commedia italiana: quella cioè formata da Bud Spencer, l’asso del nuoto italiano Carlo Pedersoli, e Terence Hill, Mario Girotti, "I due superpiedi quasi piatti" è un film diretto da E.B. Clucher, pseudonimo dell’italianissimo Enzo Barboni, che di questa pellicola ha scritto anche il soggetto e la sceneggiatura, in cui si ritrovano, assieme agli immutati personaggi di Spencer e Hill, l’altrettanto invariata formula spettacolare che ha decretato il successo del duo.
Per quanto ripetitivo, nonostante la novità dell’ambientazione americana, il film è infatti molto divertente, pervaso di svagato umorismo, di imprese fracassone, di non sense e di buoni sentimenti.
La violenza è, come sempre, più appariscente e vistosa che effettiva e la volgarità del linguaggio quasi del tutto assente.
Questa brevemente la trama: dopo vani tentativi di trovar lavoro come scaricatori al molo 16 di Miami, dominio di Fred Line e della sua banda, il furbo Matt Kirby e il massiccio Wilbur Walsh, bravissimo nel menar le mani, decidono di rapinare un supermercato.
Sbagliano obiettivo però e, invece che nei locali della cassa, penetrano in quelli che la polizia riserva all’arruolamento delle reclute, per cui, dovendo cavarsi d’impaccio, non resta loro che fingersi aspiranti poliziotti.
Divenuti tali loro malgrado, indagano sulla scomparsa di un giovane cinese della cui poverissima famiglia diventano amici e protettori.
Scoprono così che il ragazzo, per essersi involontariamente intromesso in loschi affari, è stato fatto uccidere da Fred Line, la cui vera attività è il traffico della droga.
Arrestata l’intera gang del boss, Matt e Wilbur potrebbero finalmente lasciare la polizia: senonché s’accorgono di non volerlo più.
Questo lungometraggio, il primo della coppia ambientato in America e precisamente in Florida, è riuscitissimo sotto ogni aspetto.
Lo spettatore infatti si trova di fronte a personaggi ben caratterizati e ovviamente alla dirompente simpatia dei due portagonisti.
La trama è efficace e funzionale alla fisicità espressa da Bud Spencer e Terence Hill e la colonna sonora, opera dei fratelli Guido e Maurizio De Angelis, è molto orecchiabile.
La comicità poi è semplice e immediata e le gag e le battute, sempre di grande qualità, sono presenti in gran numero.
Infine due curiosità: la ragazza cinese che viene aiutata dai due poliziotti è Laura Gemser, attrice di origine indonesiana famosa per aver interpretato il ruolo di Emanuelle e numerosi film di Joe D’Amato.
Il capo della polizia invece, è interpretato dall’attore David Huddleston, lo stesso che nel film dei fratelli Coen "Il grande Lebowski" interpreta il personaggio del miliardario eccentrico, che poi si scopre non essere nemmeno milionario ma solo un mitomane, costretto alla sedia a rotelle e preoccupato per la bella moglie teenager.
Alla luce di quanto detto possiamo affermare che "I due superpiedi quasi piatti" è una visione obbligata per gli amanti della coppia formata da Bud Spencer e Terence Hill e in generale del cinema comico italiano.

lunedì 16 aprile 2018

Destino

"Destino" è un cortometraggio a cartoni animati, della durata di 6:32 minuti, cominciato da Walt Disney e Salvador Dalì, completato ed infine prodotto nel 2003 dalla Walt Disney Company.
L'idea originale dell'opera risale al 1945 quando l'animatore statunitense Walt Disney e il pittore surrealista spagnolo Salvador Dalí, decisero di collaborare ad un film d'animazione con le musiche eseguite dal compositore messicano Armando Dominguez.
I disegni e i bozzetti preparativi vennero realizzati dall'artista degli studios della Disney John Hench e dallo stesso Dalí in otto mesi, tra il 1945 e il 1946.
Bozzetti per la lavorazione di "Destino"

Tuttavia, a causa di problemi di natura finanziaria, la Walt Disney, infatti, fu colpita da una crisi economica durante la Seconda guerra mondiale, questo lavoro fu accantonato.
John Hench produsse un piccolo test d'animazione della durata di circa 18 secondi, nella speranza di un futuro recupero del progetto.
Nel 1999, il nipote di Walt Disney, Roy, mentre stava lavorando per la realizzazione di "Fantasia 2000", rispolverò l'idea e decise di ripristinarla.
Per il completamento del cortometraggio vennero incaricati gli studios Disney di Parigi.
La pellicola fu prodotta da Baker Bloodworth e diretta dall'animatore francese Dominique Monfrey, qui per la prima volta nel ruolo di regista.
Un team di circa 25 animatori si diede da fare per decifrare gli storyboard criptici di Dalí ed Hench, avvalendosi anche dei diari scritti dalla moglie di quest'ultimo Gala.
Alla fine il risultato fu un cortometraggio in cui sono mescolati elementi di animazione classica a ritocchi apportati con la computer grafica.


In occasione della mostra di Dalì ospitata a Milano a Palazzo Reale esce su Topolino numero 2861 del 28 settembre 2010 la storia, scritta da Roberto Gagnor e disegnata da Giorgio Cavazzano, "Topolino e il surreale viaggio nel destino".

Pagina iniziale della storia "Topolino e il surreale viaggio nel destino"