domenica 17 maggio 2020

La magia del doppiaggio italiano

La scena riproposta qui di seguito è tratta da "The Flying Deuces", lungometraggio del 1939, che vede come protagonisti Stan Laurel e Oliver Hardy, diretto da A. Edward Sutherland e uscito in Italia nel 1941 con il titolo "I diavoli volanti".
In questa pellicola i due si arruolano nella legione straniera affinchè Ollio possa dimenticarsi della donna amata.


La voce di Ollio è quella di Alberto Sordi e per far capire la bravura dell'attore romano, qui all'inizio della propria carriera, ecco la scena del film in lingua originale:


La versione doppiata in italiano contiene il celebre motivo "Guardo gli asini che volano nel ciel", brano che riprende la melodia composta da Gino Filippini per la canzone del 1942 intitolata "A zonzo", con testo originale di Riccardo Morbelli, uno dei primi successi di Ernesto Bonino.
Il nuovo testo è scritto e cantato da Alberto Sordi che all'epoca presta la voce a Oliver Hardy.


La canzone originale, interpretata da Ollio in persona, è invece "Shine On, Harvest Moon", popolare brano del 1908 della coppia Nora Bayes e Jack Norworth.


Grazie anche a questo intermezzo musicale, accompagnato dai balletti di Stanlio, il film è uno dei più famosi del duo comico.

lunedì 16 marzo 2020

Consigli di lettura [2]

Letture al tempo del corona - virus.

Il mistero di Henri Pick
Autore: David Foenkinos
Editore: Arnoldo Mondadori Editore
Data di uscita: Settembre 2017
N° Pagine: 243
Prezzo: 19.00 €

Uscito in Francia nel 2016 e pubblicato l'anno dopo in Italia da Mondadori, “Il mistero di Henri Pick” è un romanzo dello scrittore, regista e sceneggiatore parigino David Foenkinos che analizza il mondo dell'editoria e parla in modo intrigante di libri.
È ambientato in un piccolo paesino della Bretagna, dove, in un'ala della locale biblioteca, la giovane e ambiziosa editor Delphine Despero scopre un manoscritto che riporta l'affascinante titolo “Le ultime ore di una storia d'amore”.
Il fascicolo, che risulta essere opera di Henri Pick, un pizzaiolo del luogo morto un paio d'anni prima delle vicende narrate, è molto appassionante e quindi, seguendo le proprie inclinazioni, la ragazza decide di pubblicarlo.
In pochissimo tempo “Le ultime ore di una storia d'amore” diventa un caso editoriale con picchi di vendite altissimi, di cui si parla molto non solo tra i lettori ma anche tra gli addetti ai lavori.
La vedova però è sicura che il marito non abbia mai letto e tanto meno scritto una riga in vita sua.
Sospettando un caso costruito a tavolino, il critico letterario Jean Michel Rouche, affiancato da Joséphine Pick, figlia di Henri, inizia a indagare sul mistero.
Sullo sfondo di questa indagine, si muovono molte persone che, dopo essere entrati in contatto con il libro dando adito a numerose sottotrame, rivedono i loro rapporti di coppia e rimettono loro stessi al centro della propria vita.
Quest'opera molto ritmata e vivace, una commedia arguta dall'intreccio avvincente, è costruita come un giallo classico, senza nessun omicidio ma con tutte le caratteristiche del genere come: indizi, sospettati, false piste, colpi di scena e rivelazioni inaspettate che ruotano attorno al legame tra Henri Pick e il suo best - sellers postumo.
Jean Michel Rouche assume il ruolo dell'investigatore che deve far luce su un mistero attraverso strade che si riveleranno tutte un vicolo cieco.
Solo il lettore, alla fine, scoprirà chi abbia veramente scritto il romanzo.
Lo stile scorrevole e i dialoghi brillanti rendono la lettura piacevole e coinvolgente.
Nessun dei personaggi, tutti molto ben tratteggiati, si impone sugli altri creando una trama molto bilanciata.
Il fulcro attorno a cui ruota l'intera narrazione è semmai una puntuale analisi sulla creazione artistica, su alcune dinamiche che riguardano i grandi capolavori e su come tutti gli individui riescano a trovare una parte di loro stessi  tra le pagine di un libro.
Un'ultima curiosità da sottolineare che, se ce ne fosse bisogno, ne mette in evidenza ancora di più la validità, è che da questo volume è stato tratto l'omonimo lungometraggio diretto da Rémi Bezançon e interpretato da Alice Isaaz e Fabrice Luchini.
Per questo si può affermare che “Il mistero di Henri Pick” sia una lettura consigliatissima non solo per gli appassionati di letteratura di tensione ma anche per chi voglia farsi coinvolgere da meravigliose storie d'amore o riflettere sulla grande arte e su come l'uomo si pone nei confronti di essa.

sabato 8 febbraio 2020

La musica di Lupin III

È innegabile che il successo di Lupin III sia imputabile in misura non trascurabile anche alle musiche che ne accompagnano le gesta.
Se in Giappone, dal 1977, il compositore e pianista jazz Yuji Ohno ha commentato le imprese del ladro gentiluomo con oltre 300 brani, non limitati da stili e generi, come tra i tanti: "Lovin’You Lucky", "Superhero", "Manhattan Joke", il famoso tema della serie nelle varie versioni e la bellissima "Honoo No Takaramono", uno dei pezzi più caratteristici presenti nel film Il castello di Cagliostro, anche in Italia pilastri della musica si sono occupati delle colonne sonore delle serie legate al famoso personaggio d'animazione.

PLANET O


Come sigla italiana della prima serie televisiva di Lupin III è stato usato il brano dance "Planet O" (RCA, 1979)  .
Scritta da N. Cohen, che ne ha curato il testo, da S. Woods/F. Safi per la musica e cantata da Daisy Daze and the Bumble Bees, la canzone presenta una strana anomalia: narra di fantomatici pirati provenienti da un non meglio specificato “Pianeta O” ed è totalmente scollegata dai protagonisti e dalle vicende dell’anime.
Il testo, parla esplicitamente di pratiche sadomasochiste e sembra essere ispirato al romanzo erotico "Histoire d’O".

LUPIN


La sigla della seconda serie televisiva dell'anime dedicata al ladro gentiluomo è intitolata semplicemente "Lupin" (RCA, 1982), ma è nota anche come "Valzer di Lupin" o "Lupin – fisarmonica", per la presenza di una fisarmonica nell’introduzione strumentale e nell’accompagnamento.
Il testo è di Franco Migliacci e la musica è di Franco Micalizzi.
È cantata da Irene Vioni, con l’accompagnamento dell’Orchestra Castellina-Pasi.
Lo stile musicale, variante del liscio romagnolo chiamata valzer parigino o semplicemente parigino, presenta alcune influenze della musica tradizionale d'oltralpe che ricordano che il Lupin originale è un personaggio che proviene dalla capitale francese.
 
LUPIN LADRO GENTILUOMO


Esiste una sigla dal titolo "Lupin, ladro gentiluomo", composta da Riccardo Zara e cantata da I Cavalieri del Re, una band che ha fatto la storia delle sigle dei cartoni animati in Italia.
Fu scartata in favore di quella proposto dall'orchestra Castellina-Pasi nota come "Lupin fisarmonica".


LUPIN L'INCORREGIBILE LUPIN


L'ultima sigla di cui ho un ricordo vivo è quella della terza serie dell'anime dal titolo "Lupin, l'incorreggibile Lupin".
Scritta da Alessandra Valeri Manera su musica di Ninni Carucci è stata incisa da Enzo Draghi con la partecipazione di Simone D'Andrea. 
La canzone è diventata col tempo una delle più iconiche dell'artista al punto tale da essere remixata due volte, la prima nel 1996 e in seguito nel 2000.

venerdì 24 gennaio 2020

Poesia & Musica

Spesso poesia e musica si possono amalgamare bene insieme tanto da diventare una cosa sola.
La canzone, che sia d'autore o meno, si nutre di entrambe.
Le persone infatti, per il modo frenetico in cui si è evoluta la società, preferiscono farsi cullare da suoni e parole che si mischiano insieme accompagnate dal ritmo della musica che spendere un po' di tempo per leggere.
Per questo motivo vorrei proporre in questo contesto, senza pretesa di esaustività, alcuni brani in cui big della quinta arte mettono in musica componimenti poetici di auotri contemporanei e del passato.

QUELLO CHE NON VOGLIO

 

"Quello che non voglio" è una poesia che Stefano Benni aveva scritto pensando a Fabrizio De Andrè ma che il cantautore ligure non ha fatto in tempo a incidere.
Rimasta in un cassetto fino al 2016, è stata musicata e cantata da Fausto Mesolella che ha incluso il brano nell'album Canto Stefano in cui l’amore del chitarrista e compositore casertano per la musica, mai banale, sempre sghemba, si accompagna all’amore di Benni per la parola.

IL CIELO È DI TUTTI


"Il cielo è di tutti" è una canzone di Bobo Rondelli inclusa nel suo disco del 2009 intitolato “Per amor del ‎cielo” in cui ha messo in musica la filastrocca di Gianni Rodari dall'omonimo titolo.
Questo pezzo del cantautore labronico così come l'efficace composizione del poeta di Omegna mette in risalto, poichè la natura stessa è a disposizione di tutti, l'assurdità delle guerre e di come gli esseri umani, purtroppo, preferiscano possedere piuttosto che condividere.

CONFESSIONI DI UN MALANDRINO


"Confessioni di un malandrino" è un brano musicale cantato da Angelo Branduardi, contenuto nel suo secondo album La luna del 1975.
Il testo è frutto di una traduzione e adattamento dello slavista Renato Poggioli, su musica dello stesso Branduardi, di una poesia del 1920 del poeta russo Sergej Esenin, intitolata "Confessioni di un teppista", in russo Исповедь хулигана.
La canzone è stata ripubblicata nel 1980 nell'album Gulliver, la luna e altri disegni ed è contenuta nelle raccolte Collezione, Confessioni di un malandrino. Il meglio di Angelo Branduardi, in versione remixata, Best Of, Confesiones de un malandrin, cantata in spagnolo, Studio Collection e The Platinum Collection. 

S'I FOSSI FOCO


Fabrizio De André musica e propone al grande pubblico il sonetto di Cecco Angiolieri "S'i fossi foco" nel sessantotto, proprio nel periodo che coincide con la "rivolta studentesca".
Questo brano, che esce come traccia del celebre Volume III, terzo album in studio del cantautore genovese, ha successo tra i giovani che contestano i valori delle generazioni che li hanno preceduti e vogliono un mondo completamente diverso da quello in cui sono cresciuti.
Tutti i principi tradizionali sono messi in discussione e lo stesso vale per le istituzioni.
Inoltre anche i contrasti fra genitori e figli sono più che mai fonte di tensioni.
Per questi e molti altri motivi, i versi di Angiolieri diventano di grande attualità e riscuotono quindi grande consenso.

UN GIUDICE


Dalla poesia "Il giudice Selah Lively" dell'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters è stata tratto il brano "Un Giudice" il cui testo è stato scritto da Giuseppe Bentivoglio e Fabrizio De André su musica di Nicola Piovani.
Questa canzone, diventata famosa per gli arrangiamenti del gruppo progressive rock della PFM, è la terza traccia di "Non al denaro non all'amore né al cielo" del 1971, il sesto album registrato in studio del cantautore genovese.

ELEMOSINA


Il brano "Elemosina", contenuto nell'omonimo terzo album di Max Gazzè, pubblicato nel 2000, è la traduzione di una poesia del francese Stéphane Mallarmè.
Questo intellettuale, il teorico più lucido della poesia simbolista che ha avuto un notevole influsso su tutta la poesia del Novecento, è citato nello stesso disco anche nella canzone "Su un ciliegio esterno".

X AGOSTO


"X agosto" è una poesia composta da Giovanni Pascoli in memoria del padre Ruggero, ucciso in circostanze misteriose il 10 agosto 1867, giorno di San Lorenzo.
La poesia fu pubblicata per la prima volta ne Il Marzocco del 9 agosto 1896.
Successivamente venne inserita nella quarta edizione di Myricae, pubblicata nel 1897, nella sezione Elegie.
Il gruppo rock demenziale bolognese degli Skiantos ne eseguì una versione punk-rock, contenuta nell'album Pesissimo del 1980.
Nella canzone fu introdotto un verso in più ideato dal fondatore e leader della band, Freak Antoni.

Naturalmente la connessione tra musica e poesia non si è limitata solo alla  canzone italiana ma ha influenzato personaggi illustri della storia del rock n' roll e dell'havy metal.
Jim Morrison, leader del gruppo californiano "The Doors", si considerava un novello poeta maledetto ed era dichiaratamente influenzato da William Blake e Arthur Rimbaud.
Tali modelli sono evidenti tanto nei testi della band quanto in alcune sue raccolte poetiche come ‘An American Prayer’.
Lewis Allan, Lou, Reed, nel 2003, ha realizzato un concept album, dal titolo ‘The Raven’, ispirato ai versi e ai racconti di Edgar Allan Poe mentre Leonard Cohen, con la poesia si è sempre cimentato, fin da giovanissimo.
I suoi primi lavori sono infatti ispirati a Garcia Lorca.
Impossibile poi concludere questa disamina senza citare ‘Rime of the Ancient Mariner’, un brano della band heavy metal britannica Iron Maiden contenuto nell'album Powerslave che si ispira all'omonima ballata, scritta dal poeta romantico Samuel Taylor Coleridge, pubblicata nel 1798.

lunedì 10 giugno 2019

Il fumetto nero italiano

Personaggi del fumetto nero italiano
Il fumetto nero, è un filone del fumetto popolare che si diffonde in Italia tra gli anni '60 e '70 del 1900.
In un contesto di benessere generale, in cui però sono molto forti le maglie della censura, le opere appartenenti a questo genere, stampate in albi di piccolo formato, hanno per protagonisti inafferrabili criminali che indossano maschere e costumi caratteristici.
Questi antieroi si contrappongono ad una società solo apparentemente perbenista, hanno nomi resi esotici dall'uso di lettere tipicamente straniere come la K, la X o la J, e stravolgono la morale vigente all'epoca fino quasi a ribaltarla.
Questi super malviventi non sono mossi solo dal profitto, ma, cosa che li differenzia dalle loro vittime, hanno nel loro animo sentimenti più profondi e nobili.
Angela e Luciana Giussani
Anche se sono esistiti degli antesignani che non hanno avuto particolare successo (Fantax, ideato nel 1946 dai francesi Pierre Mouchot e Marcel Navarro; Furio Almirante, creato da Carlo Cossio nel 1940 e ripreso da Gian Luigi Bonelli, che lo ribattezza Furio Mascherato; Il Fantasma Verde e Maskar disegnati da Gallieno Ferri) l'iniziatore di questa corrente è considerato Diabolik.
Ideato da Angela e Luciana Giussani e pubblicato dalla casa editrice Astorina, esordisce nel novembre 1962.
Il personaggio riscuote subito un enorme successo, rendendo ben presto l'omonimo protagonista uno dei volti più riconoscibili del fumetto italiano.
Narra la leggenda che l'intuizione per la creazione del personaggio sia venuta ad Angela mentre fumava una sigaretta affacciata alla finestra di casa: una lettura per adulti adatta ai numerosi pendolari dalla sottostante stazione di Milano Cadorna da leggere durante il viaggio in treno e comoda da riporre in tasca.
Le idee le si chiariscono ulteriormente quando trova in metropolitana una copia abbandonata di un romanzo di Fantômas, spietato criminale le cui gesta sono narrate da Marcel Allain e Pierre Souvestre, da cui trae ispirazione per le caratteristiche del serial.
Il resto è storia.
Diabolik n°1
Diabolik, accompagnato nelle sue imprese da una bellissima Eva Kant, è uno scafato ladro dalla calzamaglia aderente che lascia intravedere solo gli occhi
I due vengono contrastati da Ginko, un ispettore di polizia intelligente determinato e integerrimo, che tenta invano di arrestarli.
Con le sue trame nere, le ambientazioni cittadine e i numerosi comprimari, Il Re del Terrore ha ispirato pellicole cinematografiche e spassose parodie a fumetti ed è stato il primo di numerosi antieroi che hanno dato notorietà al genere.
Tra i molti epigoni vanno menzionati Kriminal, un fuorilegge che veste una calzamaglia da scheletro con un teschio come maschera, e Satanik.
Creati nel 1964 da Max Bunker e disegnati da Roberto Raviola, in arte Magnus, le loro serie sono caratterizzate da tematiche horror e un alone di erotismo.
Si ricordano anche Demoniak e Fantax, ideati da Furio Arrasich nel 1965, Zakimort, una Diabolik in gonnella, l'agente SS 018, ancora opera di Bunker e Magnus, ispirata al James Bond di Ian Fleming e numerose testate che in alcuni casi erano veri e propri plagi dei serial più famosi.
Tra le tante, ne vorrei ricordare due, particolari perché realizzate con la tecnica del fotoromanzo: Killing ispirata a Kriminal e Genius che si rifà a Diabolik.
Il successo di questo fenomeno attira l'attenzione di giudici e tribunali che, temendo che queste pubblicazioni potessero «turbare l’ordine pubblico, l’ordine della famiglia e incitare alla criminalità e al delitto», istituiscono processi e ordinano sequestri.
Alle vicende giudiziarie si aggiunge ben presto il peso dei giudizi dell'opinione pubblica e e dei benpensanti che fa si che gli autori edulcorino e ammorbidiscano i toni delle storie rendendole meno sanguinarie e facendo perder loro molta della carica innovativa che le aveva caratterizzate nella fase iniziale.
A causa di questi fattori, di questa moltitudine di personaggi che sono stati la bandiera di una tendenza che, seppure poco duratura, ha fatto scuola, solo Diabolik, Kriminal e Satanik sono stati pubblicati a lungo.



lunedì 15 aprile 2019

Segreti di stato


Segreti di stato film del regista pisano Paolo Benvenuti.
In questo film, che s’inquadra nel suo ideale di cinema sobrio e rigoroso e di evidente filiazione rosselliniana, Benvenuti rilegge una pagina cupa della storia repubblicana, il processo a Salvatore Giuliano, alla luce delle suggestioni del sociologo Danilo Dolci, con l’ausilio degli atti della commissione antimafia e di documenti statunitensi.
L’ipotesi che l’eccidio sia stato perpetrato dai servizi segreti Usa e da elementi della mafia non è nuova, ma viene esposta con una chiarezza didattica notevole, lontana dalle ricostruzioni del teatro - inchiesta come dalle facili spettacolarizzazioni: tuttavia, la mancanza di una qualsivoglia elaborazione drammaturgica della materia fa di Segreti di stato un’opera narrativamente inerte, più utile che ispirata.
Viterbo, 1951: mentre si sta tenendo il processo per la strage di Portella della Ginestra, che vede sul banco degli imputati i membri della banda Giuliano, l’avvocato di Gaspare Pisciotta decide di seguire in segreto delle piste divergenti da quelle ufficiali.
Partendo da un semplice dettaglio, il differente calibro delle pallottole estratte dai corpi delle vittime e dei feriti, egli inizia un tragitto d’indagine che lo porta dapprima in Sicilia, sui luoghi del massacro, sino a una inquietante ricostruzione delle vicende d’Italia fatta dal Professore....
Segreti di stato, che riapre in qualche modo il processo ai responsabili della strage di Portella della Ginestra, è stato un'opera molto discussa.
Secondo il regista pisano, questo processo è stato l’inizio di una lunga strategia della tensione, attuata dai governi democristiani in collaborazione con i servizi segreti americani, col fine di indebolire il movimento comunista in Italia.
Una vicenda archiviata in maniera oscura, con l’omicidio del super-testimone Pisciotta e la collusione di politici italiani con uomini di mafia, della Chiesa e di Washington.
L’accusa è durissima: la storia repubblicana italiana del dopo-guerra, sarebbe nata da una menzogna e un occultamento di prove.
Segreti di stato è un lungometraggio chiaramente sui generis nel nostro panorama, in cui il centro dell’azione è l’indagine dell'avvocato Crisafulli, Antonio Catania, che tra carceri, archivi e ricognizioni sul luogo del delitto, ricostruirà la trama politica che portò all’eccidio, poi attribuito a Giuliano e i suoi compagni.
L’azione è lineare, chiara, al limite del didascalico e certe volte persino oltre, quando per esempio è riordinato l’organigramma dei responsabili della strategia della tensione anti-comunista.
Benvenuti ha fatto un film che doveva ricordare o addirittura spiegare agli italiani cosa fu Portella della Ginestra e lo ha fatto con chiarezza estrema, pur motivando le scelte storiche.
Esasperando la linearità della ricostruzione dei fatti, egli sceglie però di non venire a patti con il suo stile, organizzando un numero limitato di location su cui però lavora con precisione e cura da pittore.
L’impianto resta vagamente teatrale, come in Gostanza da Libbiano dove addirittura la macchina da presa non metteva piede fuori dalla chiesa in cui si svolgeva il processo, ma ciò che l’opera soffre in staticità guadagna ampiamente in cura dell’immagine, retaggio evidentemente del background pittorico del regista.
La debolezza del film sta, nel ricorso eccessivo a una documentazione minuziosa, che giustifica in parte la gravità delle tesi sostenute, ma ingabbia la pellicola in uno schema di dimostrazione storica che gli 86 minuti non bastano certo a sviscerare.
Più che la verosimiglianza dei fatti, la mole di dimostrazioni finisce per penalizzare proprio l'efficacia dell'intreccio, e ciò nonostante l'originale ricorso a dei fumetti-storyboard che ricostruiscono gli episodi chiave che portarono alla strage.
Segreti di stato, potrebbe definirsi un grande giallo storico, un film corale come mai nessun lavoro di Benvenuti è stato fino ad ora, un film che, per la prima volta nel cinema di quest’autore, narra una vicenda molto vicina ai giorni nostri e la narra non più a un pubblico particolare, ma a tutti gli italiani, sempre restando fermo il presupposto ideale di potersi rivolgere solo ad un pubblico intelligente e curioso.
Eppure dopo un’ ora e mezza scarsa di buon cinema, questa vicenda del nostro passato, raccontata così semplicemente, è apparsa forse un po’ troppo semplice.
La sensazione, è quella di avere visto un film rigorosamente ricostruito, nobile negli intenti sì, e curato anche nelle immagini, ma un po’ debole nella sceneggiatura, quasi didattico, un po’ troppo basso nei toni.
Rispetto ai film precedenti di Benvenuti, manca quella rabbia costruttiva che rendeva appassionante anche una vicenda raccontata in toscano cinquecentesco; manca la forza di un’indignazione che si è misteriosamente spenta per motivi che non credo siano legati all’età o a una improvvisa maturità intellettuale.
Forse si tratta solo di trovare un nuovo equilibrio, una potenzialità espressiva nuova perchè pensata da due volontà diverse e ugualmente forti, uno stile narrativo altro che deve essere necessariamente cercato se Paola Baroni, in Segreti di Stato co-sceneggiatrice e aiuto regista, continuerà a lavorare a fianco del marito.
Segreti di stato è stato letteralmente preso d’assalto dal pubblico della Mostra di Venezia, costringendo gli organizzatori a programmare proiezioni supplementari per chi era rimasto fuori.
A proposito del film Benvenuti ha affermato che si è limitato a porre delle domande e segnalare delle coincidenze, ma il polverone che ha scatenato dimostra che Segreti di stato non è un film che possa passare inosservato.
I nomi sono fatti con audacia quasi eccessiva, e arrivano fino ad Andreotti e Papa Pacelli.
Troppo clamore mediatico e un’ambizione di verità che mira così in alto finiranno certamente per penalizzare il film.

sabato 5 gennaio 2019

Consigli di lettura [1]

Alcune considerazioni su un ottimo romanzo giallo, frutto di un lavoro di scrittura e di studio eccellenti, la cui lettura soddisferà in ugual misura sia gli appassionati di storia che i fans di letteratura poliziesca.

La misura dell'uomo

Autore: Marco Malvaldi
Editore: Giunti Editore
Data di uscita: Novembre 2018
N° Pagine: 300
Prezzo: € 18,50

Pubblicato nella collana Scrittori Giunti, edita da Giunti Editore, “La misura dell'uomo” è un romanzo di Marco Malvaldi che, abbandonati gli anziani frequentatori del Bar Lume, si cimenta con il thriller storico.
Il lettore viene catapultato nel 1493, un periodo complesso per la storia d'Italia.
In seguito alla morte di Lorenzo dei Medici, avvenuta un anno prima, e la conseguente fine della pace infatti, il re francese Carlo VIII pianifica di scendere in Italia, superando le Alpi, per sottrarre agli Aragonesi il Regno di Napoli.
Reggente di Milano, facente le veci del piccolo e malaticcio nipote, Ludovico Sforza duca di Bari, detto il Moro, uomo dalle molte amanti tra cui bella Cecilia Gallerani, la celeberrima dama con l’ermellino, viene pressato dalla moglie, Beatrice d’Este, figlia di Ercole I duca di Ferrara, che gli impone l’alleanza con suo padre, oltre a quella con Venezia.
Sullo sfondo di queste vicende particolarmente intricate, nella finzione romanzesca, i due eroi principali del libro: Leonardo Da Vinci, reduce dal suo soggiorno fiorentino e ormai abitante fisso nella capitale lombarda, e Ludovico il Moro, sono chiamati a far fronte ad un omicidio.
Un cadavere, che in seguito si scoprirà essere Rambaldo Chiti, ex allievo di Leonardo allontanato dalla sua bottega perché sospettato di essere un falsario, viene trovato nel centro del cortile del castello sforzesco dove doveva essere posizionata una scultura equestre in bronzo di Francesco Sforza, padre di Lodovico, opera che non fu mai realizzata.
Da questo episodio parte un' indagine, che coinvolge religiosi, politici, ambasciatori, emissari del re di Francia e persone vicine ai due protagonisti, portata a termine con arguzia e metodo dall'inventore, artista e scienziato toscano che si rivela in questa circostanza, oltre che un uomo dai molteplici interessi anche un ottimo detective.
Vengono così allo scoperto eventi che avrebbero potuto mettere in ginocchio il ducato di Milano.
Il volume, ricco di accadimenti e scritto da Malvaldi con lo stile leggero e ricco di ironia che ha contraddistinto i suoi lavori precedenti, si caratterizza per una ricerca storica minuziosa, precisa e dettagliata.
I numerosi interpreti delle vicende narrate sono molto ben connotati sia fisicamente che psicologicamente con i loro tic, le loro manie e le curiosità che li riguardano che la storia ci ha tramandato.
Tra questi spicca la figura di Leonardo che, mostratoci nel suo vivere e agire quotidiano, rende la trama molto originale e divertente.
Il metodo d'indagine e le motivazioni che hanno portato all'omicidio, anche se solo accennate nel finale del libro poi, sono molto convincenti e in linea con il periodo in cui sono ambientati i fatti.
Alla luce di quanto scritto possiamo quindi affermare che “La misura dell'uomo” sia un'ottima opera, frutto di un lavoro di scrittura e di studio eccellenti, la cui lettura soddisferà in ugual misura sia gli appassionati di storia che i fans di letteratura poliziesca.