lunedì 10 giugno 2019

Il fumetto nero italiano

Personaggi del fumetto nero italiano
Il fumetto nero, è un filone del fumetto popolare che si diffonde in Italia tra gli anni '60 e '70 del 1900.
In un contesto di benessere generale, in cui però sono molto forti le maglie della censura, le opere appartenenti a questo genere, stampate in albi di piccolo formato, hanno per protagonisti inafferrabili criminali che indossano maschere e costumi caratteristici.
Questi antieroi si contrappongono ad una società solo apparentemente perbenista, hanno nomi resi esotici dall'uso di lettere tipicamente straniere come la K, la X o la J, e stravolgono la morale vigente all'epoca fino quasi a ribaltarla.
Questi super malviventi non sono mossi solo dal profitto, ma, cosa che li differenzia dalle loro vittime, hanno nel loro animo sentimenti più profondi e nobili.
Angela e Luciana Giussani
Anche se sono esistiti degli antesignani che non hanno avuto particolare successo (Fantax, ideato nel 1946 dai francesi Pierre Mouchot e Marcel Navarro; Furio Almirante, creato da Carlo Cossio nel 1940 e ripreso da Gian Luigi Bonelli, che lo ribattezza Furio Mascherato; Il Fantasma Verde e Maskar disegnati da Gallieno Ferri) l'iniziatore di questa corrente è considerato Diabolik.
Ideato da Angela e Luciana Giussani e pubblicato dalla casa editrice Astorina, esordisce nel novembre 1962.
Il personaggio riscuote subito un enorme successo, rendendo ben presto l'omonimo protagonista uno dei volti più riconoscibili del fumetto italiano.
Narra la leggenda che l'intuizione per la creazione del personaggio sia venuta ad Angela mentre fumava una sigaretta affacciata alla finestra di casa: una lettura per adulti adatta ai numerosi pendolari dalla sottostante stazione di Milano Cadorna da leggere durante il viaggio in treno e comoda da riporre in tasca.
Le idee le si chiariscono ulteriormente quando trova in metropolitana una copia abbandonata di un romanzo di Fantômas, spietato criminale le cui gesta sono narrate da Marcel Allain e Pierre Souvestre, da cui trae ispirazione per le caratteristiche del serial.
Il resto è storia.
Diabolik n°1
Diabolik, accompagnato nelle sue imprese da una bellissima Eva Kant, è uno scafato ladro dalla calzamaglia aderente che lascia intravedere solo gli occhi
I due vengono contrastati da Ginko, un ispettore di polizia intelligente determinato e integerrimo, che tenta invano di arrestarli.
Con le sue trame nere, le ambientazioni cittadine e i numerosi comprimari, Il Re del Terrore ha ispirato pellicole cinematografiche e spassose parodie a fumetti ed è stato il primo di numerosi antieroi che hanno dato notorietà al genere.
Tra i molti epigoni vanno menzionati Kriminal, un fuorilegge che veste una calzamaglia da scheletro con un teschio come maschera, e Satanik.
Creati nel 1964 da Max Bunker e disegnati da Roberto Raviola, in arte Magnus, le loro serie sono caratterizzate da tematiche horror e un alone di erotismo.
Si ricordano anche Demoniak e Fantax, ideati da Furio Arrasich nel 1965, Zakimort, una Diabolik in gonnella, l'agente SS 018, ancora opera di Bunker e Magnus, ispirata al James Bond di Ian Fleming e numerose testate che in alcuni casi erano veri e propri plagi dei serial più famosi.
Tra le tante, ne vorrei ricordare due, particolari perché realizzate con la tecnica del fotoromanzo: Killing ispirata a Kriminal e Genius che si rifà a Diabolik.
Il successo di questo fenomeno attira l'attenzione di giudici e tribunali che, temendo che queste pubblicazioni potessero «turbare l’ordine pubblico, l’ordine della famiglia e incitare alla criminalità e al delitto», istituiscono processi e ordinano sequestri.
Alle vicende giudiziarie si aggiunge ben presto il peso dei giudizi dell'opinione pubblica e e dei benpensanti che fa si che gli autori edulcorino e ammorbidiscano i toni delle storie rendendole meno sanguinarie e facendo perder loro molta della carica innovativa che le aveva caratterizzate nella fase iniziale.
A causa di questi fattori, di questa moltitudine di personaggi che sono stati la bandiera di una tendenza che, seppure poco duratura, ha fatto scuola, solo Diabolik, Kriminal e Satanik sono stati pubblicati a lungo.



lunedì 15 aprile 2019

Segreti di stato


Segreti di stato film del regista pisano Paolo Benvenuti.
In questo film, che s’inquadra nel suo ideale di cinema sobrio e rigoroso e di evidente filiazione rosselliniana, Benvenuti rilegge una pagina cupa della storia repubblicana, il processo a Salvatore Giuliano, alla luce delle suggestioni del sociologo Danilo Dolci, con l’ausilio degli atti della commissione antimafia e di documenti statunitensi.
L’ipotesi che l’eccidio sia stato perpetrato dai servizi segreti Usa e da elementi della mafia non è nuova, ma viene esposta con una chiarezza didattica notevole, lontana dalle ricostruzioni del teatro - inchiesta come dalle facili spettacolarizzazioni: tuttavia, la mancanza di una qualsivoglia elaborazione drammaturgica della materia fa di Segreti di stato un’opera narrativamente inerte, più utile che ispirata.
Viterbo, 1951: mentre si sta tenendo il processo per la strage di Portella della Ginestra, che vede sul banco degli imputati i membri della banda Giuliano, l’avvocato di Gaspare Pisciotta decide di seguire in segreto delle piste divergenti da quelle ufficiali.
Partendo da un semplice dettaglio, il differente calibro delle pallottole estratte dai corpi delle vittime e dei feriti, egli inizia un tragitto d’indagine che lo porta dapprima in Sicilia, sui luoghi del massacro, sino a una inquietante ricostruzione delle vicende d’Italia fatta dal Professore....
Segreti di stato, che riapre in qualche modo il processo ai responsabili della strage di Portella della Ginestra, è stato un'opera molto discussa.
Secondo il regista pisano, questo processo è stato l’inizio di una lunga strategia della tensione, attuata dai governi democristiani in collaborazione con i servizi segreti americani, col fine di indebolire il movimento comunista in Italia.
Una vicenda archiviata in maniera oscura, con l’omicidio del super-testimone Pisciotta e la collusione di politici italiani con uomini di mafia, della Chiesa e di Washington.
L’accusa è durissima: la storia repubblicana italiana del dopo-guerra, sarebbe nata da una menzogna e un occultamento di prove.
Segreti di stato è un lungometraggio chiaramente sui generis nel nostro panorama, in cui il centro dell’azione è l’indagine dell'avvocato Crisafulli, Antonio Catania, che tra carceri, archivi e ricognizioni sul luogo del delitto, ricostruirà la trama politica che portò all’eccidio, poi attribuito a Giuliano e i suoi compagni.
L’azione è lineare, chiara, al limite del didascalico e certe volte persino oltre, quando per esempio è riordinato l’organigramma dei responsabili della strategia della tensione anti-comunista.
Benvenuti ha fatto un film che doveva ricordare o addirittura spiegare agli italiani cosa fu Portella della Ginestra e lo ha fatto con chiarezza estrema, pur motivando le scelte storiche.
Esasperando la linearità della ricostruzione dei fatti, egli sceglie però di non venire a patti con il suo stile, organizzando un numero limitato di location su cui però lavora con precisione e cura da pittore.
L’impianto resta vagamente teatrale, come in Gostanza da Libbiano dove addirittura la macchina da presa non metteva piede fuori dalla chiesa in cui si svolgeva il processo, ma ciò che l’opera soffre in staticità guadagna ampiamente in cura dell’immagine, retaggio evidentemente del background pittorico del regista.
La debolezza del film sta, nel ricorso eccessivo a una documentazione minuziosa, che giustifica in parte la gravità delle tesi sostenute, ma ingabbia la pellicola in uno schema di dimostrazione storica che gli 86 minuti non bastano certo a sviscerare.
Più che la verosimiglianza dei fatti, la mole di dimostrazioni finisce per penalizzare proprio l'efficacia dell'intreccio, e ciò nonostante l'originale ricorso a dei fumetti-storyboard che ricostruiscono gli episodi chiave che portarono alla strage.
Segreti di stato, potrebbe definirsi un grande giallo storico, un film corale come mai nessun lavoro di Benvenuti è stato fino ad ora, un film che, per la prima volta nel cinema di quest’autore, narra una vicenda molto vicina ai giorni nostri e la narra non più a un pubblico particolare, ma a tutti gli italiani, sempre restando fermo il presupposto ideale di potersi rivolgere solo ad un pubblico intelligente e curioso.
Eppure dopo un’ ora e mezza scarsa di buon cinema, questa vicenda del nostro passato, raccontata così semplicemente, è apparsa forse un po’ troppo semplice.
La sensazione, è quella di avere visto un film rigorosamente ricostruito, nobile negli intenti sì, e curato anche nelle immagini, ma un po’ debole nella sceneggiatura, quasi didattico, un po’ troppo basso nei toni.
Rispetto ai film precedenti di Benvenuti, manca quella rabbia costruttiva che rendeva appassionante anche una vicenda raccontata in toscano cinquecentesco; manca la forza di un’indignazione che si è misteriosamente spenta per motivi che non credo siano legati all’età o a una improvvisa maturità intellettuale.
Forse si tratta solo di trovare un nuovo equilibrio, una potenzialità espressiva nuova perchè pensata da due volontà diverse e ugualmente forti, uno stile narrativo altro che deve essere necessariamente cercato se Paola Baroni, in Segreti di Stato co-sceneggiatrice e aiuto regista, continuerà a lavorare a fianco del marito.
Segreti di stato è stato letteralmente preso d’assalto dal pubblico della Mostra di Venezia, costringendo gli organizzatori a programmare proiezioni supplementari per chi era rimasto fuori.
A proposito del film Benvenuti ha affermato che si è limitato a porre delle domande e segnalare delle coincidenze, ma il polverone che ha scatenato dimostra che Segreti di stato non è un film che possa passare inosservato.
I nomi sono fatti con audacia quasi eccessiva, e arrivano fino ad Andreotti e Papa Pacelli.
Troppo clamore mediatico e un’ambizione di verità che mira così in alto finiranno certamente per penalizzare il film.

sabato 5 gennaio 2019

Consigli di lettura [1]

Alcune considerazioni su un ottimo romanzo giallo, frutto di un lavoro di scrittura e di studio eccellenti, la cui lettura soddisferà in ugual misura sia gli appassionati di storia che i fans di letteratura poliziesca.

La misura dell'uomo

Autore: Marco Malvaldi
Editore: Giunti Editore
Data di uscita: Novembre 2018
N° Pagine: 300
Prezzo: € 18,50

Pubblicato nella collana Scrittori Giunti, edita da Giunti Editore, “La misura dell'uomo” è un romanzo di Marco Malvaldi che, abbandonati gli anziani frequentatori del Bar Lume, si cimenta con il thriller storico.
Il lettore viene catapultato nel 1493, un periodo complesso per la storia d'Italia.
In seguito alla morte di Lorenzo dei Medici, avvenuta un anno prima, e la conseguente fine della pace infatti, il re francese Carlo VIII pianifica di scendere in Italia, superando le Alpi, per sottrarre agli Aragonesi il Regno di Napoli.
Reggente di Milano, facente le veci del piccolo e malaticcio nipote, Ludovico Sforza duca di Bari, detto il Moro, uomo dalle molte amanti tra cui bella Cecilia Gallerani, la celeberrima dama con l’ermellino, viene pressato dalla moglie, Beatrice d’Este, figlia di Ercole I duca di Ferrara, che gli impone l’alleanza con suo padre, oltre a quella con Venezia.
Sullo sfondo di queste vicende particolarmente intricate, nella finzione romanzesca, i due eroi principali del libro: Leonardo Da Vinci, reduce dal suo soggiorno fiorentino e ormai abitante fisso nella capitale lombarda, e Ludovico il Moro, sono chiamati a far fronte ad un omicidio.
Un cadavere, che in seguito si scoprirà essere Rambaldo Chiti, ex allievo di Leonardo allontanato dalla sua bottega perché sospettato di essere un falsario, viene trovato nel centro del cortile del castello sforzesco dove doveva essere posizionata una scultura equestre in bronzo di Francesco Sforza, padre di Lodovico, opera che non fu mai realizzata.
Da questo episodio parte un' indagine, che coinvolge religiosi, politici, ambasciatori, emissari del re di Francia e persone vicine ai due protagonisti, portata a termine con arguzia e metodo dall'inventore, artista e scienziato toscano che si rivela in questa circostanza, oltre che un uomo dai molteplici interessi anche un ottimo detective.
Vengono così allo scoperto eventi che avrebbero potuto mettere in ginocchio il ducato di Milano.
Il volume, ricco di accadimenti e scritto da Malvaldi con lo stile leggero e ricco di ironia che ha contraddistinto i suoi lavori precedenti, si caratterizza per una ricerca storica minuziosa, precisa e dettagliata.
I numerosi interpreti delle vicende narrate sono molto ben connotati sia fisicamente che psicologicamente con i loro tic, le loro manie e le curiosità che li riguardano che la storia ci ha tramandato.
Tra questi spicca la figura di Leonardo che, mostratoci nel suo vivere e agire quotidiano, rende la trama molto originale e divertente.
Il metodo d'indagine e le motivazioni che hanno portato all'omicidio, anche se solo accennate nel finale del libro poi, sono molto convincenti e in linea con il periodo in cui sono ambientati i fatti.
Alla luce di quanto scritto possiamo quindi affermare che “La misura dell'uomo” sia un'ottima opera, frutto di un lavoro di scrittura e di studio eccellenti, la cui lettura soddisferà in ugual misura sia gli appassionati di storia che i fans di letteratura poliziesca.


sabato 22 dicembre 2018

I più bei film noir [7]

Come si vedrà nelle righe sottostanti, per il film "Milano calibro 9" di Fernando Di Leo, la troupe ha preso spunto  da racconti dell'omonima raccolta di Giorgio Scerbanenco come ad esempio "Stazione centrale ammazzare subito".

Milano calibro 9





"Milano Calibro 9", film girato nel 1971 e uscito l’anno successivo, è il primo capitolo della celebre Trilogia del Milieu, continuata da "La mala ordina" e conclusa da "Il boss", nel corso della quale Fernando di Leo esplora i vari aspetti del mondo della criminalità organizzata.
Il titolo del film è tratto da quello di un racconto di Giorgio Scerbanenco e sempre dallo scrittore russo derivano alcuni spunti di sceneggiatura, per esempio il pacco bomba alla stazione, derivato dal racconto "Stazione centrale ammazzare subito".
Al di là degli spunti però, si può dire che Di Leo abbia costruito il proprio film in assoluta autonomia utilizzando la categoria del noir per un personale discorso sociologico e antropologico, oltre che filosofico, sull’universo delinquenziale.
La riuscita perfetta di "Milano calibro 9" passa anche attraverso l’uso accorto degli attori, in particolare Gastone Moschin, che per la prima volta nella sua carriera si cimenta in un ruolo drammatico, Barbara Bouchet, nella cui bellezza il regista trovò riflessi di ferocia adatti al personaggio, Mario Adorf, artefice di una caratterizzazione memorabile nella parte del violento e sardonico Rocco Musco e Lionel Stander che inaugura la tradizione dei grandi interpreti hollywoodiani adottati da Di Leo nei propri noir.
Ma vera protagonista del film è la città, Milano, che si affranca da una pura funzione di sfondo alla vicenda narrata diventando un centro nevralgico di lotte intestine tra la malavita e un ganglio di interessi economici sporchi.
"Milano calibro 9", come si è precedentemente detto, girato sul finire del 1971, è il primo capitolo ideale di una trilogia che si andrà completando nei due anni successivi con "La mala ordina" e "Il boss", nell’arco della quale Di Leo traccerà le coordinate di un nuovo universo del crimine quale si era andato affermando in Italia e soprattutto nelle grandi metropoli del nord in quegli anni.
Una visione diretta, secca, priva di orpelli ma straordinariamente acuta e con esiti lirici nella sua capacità di afferrare l’essenza antropologica degli individui, distinguendone i tipi e sottolineandone le psicologie, con un occhio sempre fisso alla società che produce i “delinquenti”.
I noir dileiaini diventano così una chiave interpretativa del reale, delle sue contraddizioni, e dell’irriducibilità dialettica tra apparenza e destino.
"Milano calibro 9", originariamente pensato con il titolo "Da lunedì a lunedì", uscì nei cinema in una forma lievemente diversa da quella in cui è poi circolato nei supporti home-video, con la sovraimpressione di giorni e ore a scandire le varie fasi della storia e a dare il senso del procedere inesorabile del tempo.
Grande pregnanza al tutto offre infine la colonna sonora, composta da Luis Bacalov ed eseguita dal gruppo degli Osanna, che commenta magnificamente l’alternarsi di crudeltà e lirismo alla base di quello che giustamente si considera il capolavoro di Fernando di Leo.

martedì 18 dicembre 2018

I più bei film noir [6]

L'opera di cui si parla in questo post, è un bellissimo e seducente gangster movie, forse la migliore interpretazione di sempre di Kevin Costner... 

 Gli Intoccabili


"Gli Intoccabili", film diretto da Brian De Palma e uscito nelle sale cinematografiche di tutto il mondo nel 1987, narra la storia di un gruppo di rappresentanti delle forze dell’ordine composto da un agente governativo di nome Eliot Ness, interpretato da Kevin Costner, dai poliziotti Jimmy Malone e George Stone, Sean Connery e Andy Garcia, e da un ragioniere, Oscar Wallace, a cui dà il volto Charles Martin Smith, che nella Chicago del proibizionismo riesce a porre fine ai traffici illegali di Al Capone, boss italoamericano dal sorriso beffardo impersonato in modo magistrale da un Robert De Niro decisamente ingrassato, e ad assicurare quest’ultimo alla giustizia.
Scritta dal grande drammaturgo David Mamet questa pellicola ha vinto numerosi premi come: l’Oscar per il miglior attore non protagonista andato a Sean Connery, un Golden Globe sempre a Sean Connery, un Grammy Award per la migliore colonna sonora e un Nastro d’Argento per la migliore musica.
Questo lungometraggio riprende il titolo e i personaggi di una nota serie televisiva e ne fa un dramma poliziesco iperrealista e di infallibile presa.
Oltre alle interpretazioni magistrali di Connery e De Niro va sottolineata anche l’eccelsa prova di Kevin Kostner che in quest'opera sfoggia la sua miglior recitazione di sempre.
Elliot Ness è un personaggio di certo valorizzato dall’ottimo cast che ha attorno ma nonostante questo è un protagonista costruito realmente bene.
Film dalla regia sopraffina "Gli intoccabili" annovera al suo interno scene memorabili come: la sequenza parodistica della carrozzina, ispirata dalla "Corrazzata Potëmkin" di Ejzenstejn, che si svolge nella stazione ferroviaria di Chicago e quelle che vedono De Niro/Al Capone prima piangere all’Opera sulle note di "I pagliacci" di Leoncavallo e poi giustiziare con una mazza da baseball un pretoriano che lo ha deluso.
Forte di una gran bella confezione scenografica e di una delle migliori colonne sonore mai composte da Ennio Morricone "Gli Intoccabili" si distingue per quella pregnante atmosfera da gangster-movie vecchia maniera in esso riproposta, atmosfera che in se stessa si rivela indiscutibilmente seducente.
Notevole fascino ma non altrettanto notevole spessore per la trama, con l’aggravante aggiuntiva di aver trascurato un immenso Robert De Niro, che con più tempo scenico a disposizione sarebbe stato sicuramente in grado di conferire ben altra linfa a un opera molto seducente ma spesso incensata con troppa generosità.

sabato 8 dicembre 2018

I più bei film noir [5]

In questo post si parla un'opera degli anni '30 che è considerata uno dei primi lungometraggi noir e  rappresentante di un genere che negli anni successivi e sopratutto ai giorni nostri ha preso molto piede: i film sui serial-killer.

M il mostro di Dusseldorf


Nel 1931 Fritz Lang gira un lungometraggio che è unanimamente considerato uno dei capolavori del cinema espressionista tedesco, "M il mostro di Dusseldorf".
Nonostante sia la pellicola con cui Lang inizia a esplorare le possibilità artistiche del cinema sonoro, nel film si avverte ancora un forte richiamo alle tecniche espressive del cinema muto.
Queste però sono fuse, con stupefacente modernità e sapiente maestria dal regista austriaco, con effeti di suono e parlato che si prestano moltissimo a commentare e ad accompagnare la vicenda.
Ispirato a un fatto realmente accaduto, "M il mostro di Dusseldorf", può essere considerato un precursore di quello che è divenuto con il passare degli anni un vero e proprio genere di culto, il film sui serial-killer.
Questa brevemente la trama: uno psicopatico che uccide bambini terrorizza la città tedesca di Dusseldorf.
La polizia brancola nel buio e allo stesso tempo investigando, crea problemi alla criminalità organizzata che decide, pur di togliersi le forze dell’ordine dai piedi, di dare la caccia all’assassino.
M, abbreviazione del termine tedesco Mörder, cioè assassino, rappresenta il film che per primo tocca il tema scottante dell’omicida che si può trovare in ognuno di noi.
Con questa pellicola, sceneggiato con la moglie Thea von Harbou, Lang affronta, oltre al tema del serial killer, una tematica che gli è cara, ovvero l’opposizione tra giustizia ufficiale e giustizia privata.
Dal punto di vista della regia, in cui Lang mostra come si possa utilizzare in modo magistrale la macchina da presa nei piani sequenza e in soggettiva, "M il mostro di Dusseldorf" è un capolavoro dove tutto concorre con un’intensa progressione drammatica, verso un vibrante, quasi insostenibile finale.
Franz Becker, questo il nome del mostro, interpretato dall’allora ventisettenne Peter Lorre, pseudonimo dell’attore ungherese László Löwenstein, è inquietante nel suo vagare per le strade alla perenne ricerca di nuove vittime da adescare ed è sempre preceduto da una nenia macabra da egli stesso fischiata.
La sperimentazione col sonoro che allora, parliamo degli anni ‘30, era una novità è in questo film già arditissima.

sabato 1 dicembre 2018

I più bei film noir [4]

Nel novero dei migliori film noir, rientra sicuramente un' opera del 1988 diretta da Robert Zemeckis e prodotta dalla Disney e dalla Amblin Entertainment di Steven Spilberg che combina due delle mie più grandi passioni: l’animazione e il giallo stile anni ‘40.

Chi ha incastrato Roger Rabbit?


"Chi ha incastrato Roger Rabbit?" è uno splendido lungometraggio del 1988 che annovera una commistione tra due generi all’apparenza inconciliabili quali l’animazione e il giallo stile anni ‘40.
Diretto da Robert Zemeckis, coprodotto dalla Touchstone, di proprietà della Walt Disney e dalla Amblin di Steven Spielberg e record d’incassi della stagione è uno dei film che, all’epoca della sua uscita, ha rivoluzionato la tecnica cinematografica grazie alla perfetta sincronizzazione tra persone in carne ed ossa e cartoni animati e che ha ridato lustro a un genere, l’animazione, che allora sembrava dimenticato.
C’è da ricordare anche che questa pellicola ha vinto quattro meritatissimi Oscar: miglior montaggio, migliori effetti speciali, migliori effetti visivi e migliori effetti sonori.
L'opera, che si svolge nella Hollywood del 1948 dove esseri umani e cartoni animati convivono, ha per protagonista il coniglio Roger Rabbit, che sembra essere, per gelosia verso la moglie Jessica Rabbit, il responsabile dell’omicidio del padrone di Cartoonia Marvin Acme.
Roger, per scagionarsi, chiede aiuto al detective privato alcolizzato Eddie Valiant, interpretato magistralmente da Bob Hoskins, che scoprirà che il vero autore del delitto non è il coniglio bensì il giudice Doom, Christopher Lloyd, che vuole far sparire Cartoonia dalla faccia di Hollywood.
Il film, oltre che per l’elevato tasso tecnico, stupisce per il ritmo da cartoon imposto alla vicenda da regista e attori.
La pellicola, piena di trovate e di vitalità, è cosparsa di battute salaci e di una punta di irriverenza, di sensualità e seduzione.
"Chi ha Incastrato Roger Rabbit?" è anche una finestra aperta che fa un po’ di satira sul mondo del cinema e sui retroscena delle produzioni hollywoodiane.
È adattissimo ai bambini perché valorizza il mondo dei cartoon e lo rende allo stesso tempo meno distante, più vero e reale ponendo quasi un suggello alla sua esistenza, grazie ai numerosi collegamenti tra questo mondo e quello reale dei grandi Studios di Los Angeles.
Però proprio a causa del mix tra temi reali e fantastici è accessibile non solo ai più piccoli, ma davvero a tutti.
Memorabile è l’inizio del film, con Roger Rabbit e Baby Herman, personaggio modellato sul Baby Butch inventato da Frank Tashlin per il cartoon Brother Brat del 1944, nello stile dei cortometraggi Warner degli anni Cinquanta, assolutamente perfetto per ritmo, gag e genialità di raccordo con il mondo reale.
Così come indimenticabili sono anche le esuberanti curve di Jessica Rabbit che, cantando con la voce roca e sexy di Kathleen Turner, è diventata una delle icone dell’ultimo decennio del ‘900.
Da menzionare sono infine le partecipazioni straordinarie di moltissime celebrità dei cartoon, le più note delle quali sono: Betty Boop, Paperino, Duffy Duck, Topolino e Bugs Bunny.
Film assolutamente imperdibile, "Chi ha incastrato Roger Rabbit?" è un capolavoro del genere che, dalla sua prima proiezione, non ha perso nulla del suo fascino.